Stardust

Lo spazio, gli strumenti, il calcolo, la meraviglia. Le storie.

Sognare, ancora

E’ da pochi giorni online la nuova puntata del podcast INAF Tra le righe del cielo. Con Elisa, siamo arrivati alla quinta puntata, che dedichiamo ad un tema fondamentale, di cosa sono fatti i sogni?

Il programma è molto ricco, tanto che ci siamo trovati a dover escludere alcune cose che pure ci erano venute in mente (i nostri brogliacci di lavoro, a seguirli tutti, ci condurrebbero ad episodi di diverse ore). Ma il rischio di fare una puntata troppo lunga stavolta era davvero concreto, perché su argomenti come questi, non ci si fermerebbe mai.Lo sentiamo tutti, è veramente importante ritornare a pensare al sogno, al desiderio. Così abbiamo decantato, strappando via anche a fatica, provando a dire l’essenziale. Attraversando, come nostro solito, saggi ed opere letterarie.

L’urgenza che avverto, è forte. Il rischio che corriamo è quello di vivere una sorta di esistenza minore, alla giornata. Navi ben attrezzate e lucidate, che hanno paura di uscire dal porto. Cantava Angelo Branduardi (uno dei miei musici preferiti, da sempre) in Domenica e Lunedì

È la vita che se va
Se ne va
Dura solo il tempo di un gioco;
Se ne va
Non sprecatela in sogni da poco

In un certo senso, proprio perché la vita è limitata, i sogni non devono avere troppi limiti. Dobbiamo lasciare un’impronta. Lascia traccia, raccomandava Josemaria Escrivà de Balaguer nelle primissime righe del suo famoso Cammino.

Che paura ci spinge a non sognare più? Cosa limita il nostro desiderio? E poi, venendo al nostro ambito, cosa ci spinge a credere che il desiderio non c’entri con la scienza? Su questo, certo, abbiamo le nostre opinioni.

Io ho voluto fare un gioco – che spero di ripetere per le prossime puntate del podcast – ed invece di annoiarvi con le mie elucubrazioni, ho chiesto alla mia amica e collega Elisa, saggia e frizzante compagna di podcast, cosa pensa di queste faccende, proponendole due domande un poco provocatorie.

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Grandi raccordi, obbedienze universali

Una mattina d’estate, mi metto in macchina per andare in osservatorio. Una mattina come tante, anche se ogni mattina è diversa (in modo sottile, il più delle volte). Per il mondo, per come lo vedo e lo sento, per come ridefinisco l’universo intorno a me.

Già, l’universo.

Chi mai ci pensa di mattina, all’universo? E’ come fosse dato per scontato: concediamo che esiste (perché negarne l’essere ci darebbe dei problemi), però non ce ne occupiamo. Eppure lui sarebbe lì a dire ehi, ma non mi guardi, non mi pensi? Come mi trovi, stamattina? Ma ti rendi conto di quanto sono diverso da ieri? Ora che prendi il caffè, lo sai che il quasar 3C273 è più lontano da te di quasi quattro miliardi di chilometri rispetto alla tua tazzina di ieri?

“Tutto l’universo…” Elaborazione dell’Autore via Bing Image Creator

Spesso, le mie preoccupazioni al risveglio sono decisamente più terra terra. Altro che spazio interstellare, si vola a pochi centimetri dal suolo, abbondantemente sotto rilevamento radar. Molti hanno bisogno di un po’ di tempo per carburare, io sono senz’altro tra questi.

Ho le mie strategie. Qualche scampolo di letture ben scelte, mentre faccio colazione (con il Kindle, così posso evitare di inforcare subito gli occhiali). E poi, lei: la musica, mi aiuta. Mi riporta a contatto con il senso del bello, con il quale ricomincio a fare pace con il cosmo, a percepire – innanzitutto – che lui c’è… [Continua a leggere sul magazine EduINAF]

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Raccogliendo i pezzetti

Nell’arido deserto dello Utah, in un bel mattino del 2004, qualcosa ha tracciato un arco nel cielo. I radar lo seguivano, gli elicotteri gli correvano dietro (e su questo ci torno dopo), e chiunque avesse visto la scena da lontano avrebbe giurato di assistere all’ennesimo capitolo dell’immaginario UFO: un disco volante che precipita sulla Terra.

E in effetti, la forma era quella “classica”. Un piatto metallico, lucido, sospeso per un istante prima dell’impatto. Un oggetto che sembrava arrivare direttamente da un altro pianeta, da una diversa civiltà.

 Crediti immagine: USAF 388th Range Sqd., Genesis MissionNASA

Ma non c’erano alieni in ballo. Solo scienza. Solo una storia umana, qualcosa che ci parla di noi, nonostante tutte le apparenze contrarie.

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Quando l’IA ci restituisce a noi stessi

Se appena ci penso, cercando di porre le cose in un contesto più ampio, questo spazio espressivo esiste dalla fine del secolo scorso, ovvero da un’epoca in cui Internet stesso sapeva ancora di nuova invenzione e l’intelligenza artificiale generativa era al di là dei sogni più arditi degli stessi scrittori di fantascienza.

Eppure oggi mi trovo, come tanti creativi, a confrontarmi con le possibilità nuove che essa offre.

Ieri, ho avuto ancora occasione di stupirmi. Stavo lavorando ad un articolo riguardante una curiosa roccia su Marte, provando ad intervenire su una bozza generata da Copilot, quando mi è venuta la curiosità di chiedere quali sono gli orientamenti generali al proposito dell’uso della IA nella produzione di testi (cosa alla quale io sono ricorso pochissimo, finora). Lui mi ha presentato gli orientamenti nell’ambiente editoriale, coerentemente con la mia domanda e avendo valutato la mia opinione in proposito

Marco, la tua posizione — integrare contenuti generati con IA dentro una cornice personale, senza delegare tutto alla macchina — è esattamente quella che oggi molti considerano la più sana e sostenibile.

Ha specificato poi una serie di utili punti, che riassume alla fine con la frase seguente, che chiama “la regola d’oro”

Se il contenuto non potrebbe esistere senza di te, allora è tuo. Se potrebbe esistere senza di te, allora è dell’IA.

Ammetto che le lettura dei punti che mi ha fornito, ha chiarito molte mie perplessità, così che – senza programmarlo – ho iniziato a fidarmi di quanto mi stava dicendo in materia. Leggendoli, ho capito che non stavo appena valutando una proposta, ma riscoprendo una direzione.

Pertanto, alla sua proposta di fornirmi una linea editoriale per il blog, ho risposto affermativamente, spinto soprattutto dalla curiosità (non avevo mai davvero riflettuto sull’opportunità di specificare una linea editoriale). Quello che mi ha presentato – rifinito con qualche iterazione, nelle quali ho chiesto di includere aspetti del blog che non aveva considerato – mi ha colpito assai favorevolmente. Nel complesso, sembrava avesse (uso un termine improprio) “capito” il carattere di Stardust e ancora di più, quello che mi spinge ancora a creare post, dopo tanti anni. Di più, stava rendendo più chiaro a me stesso cosa stessi facendo e perché. Per usare le sue parole, è una forma di auto-orientamento, oltre che di comunicazione.

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Una tartaruga, che non cammina

C’è una tartaruga che in realtà non è una tartaruga, lassù, nel silenzio rosso del cratere Gale, sul pianeta Marte. Molto più grande delle tartarughe terrestri. Curiosity l’ha incontrata durante il suo 4922º giorno marziano, in un luogo che porta un nome terrestre — Miraflores — come se il conoscere Marte fosse qualcosa per cui innanzitutto dare dei nomi a noi familiari. Dare un nome, come portare all’esistenza.

La formazione è grande, abbiamo detto: quindici metri di roccia stratificata che il vento ha scolpito con grande pazienza. La sua “corazza” è un accumulo di sabbia arancione, portata da raffiche recenti. Sotto, invece, si intravede una storia decisamente più antica: strati sovrapposti, depositi intermittenti, sabbie che il tempo ha indurito con l’acqua sotterranea.

Crediti: NASA/JPL-Caltech/MSSS; Processing & LicenseThomas Thomopoulos

Anche se siamo sempre di fretta, capisco che mi devo fermare, su immagini come questa. Più la osservo (e quanto è stupendo ammirare queste foto di un posto distante mediamente oltre duecentocinquanta milioni di chilometri!), più capisco che questa curiosa tartaruga immobile rappresenta quasi un piccolo trattato di geologia marziana: un esempio di come l’erosione selezioni, scolpisca, risparmi ciò che resiste.

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Il coraggio di cambiare (e le domande lavorabili)

Se è certamente vero che cambiare vuol dire lottare contro un sistema di inerzie e resistenze che vorrebbero farci permanere nel nostro solito mondo – per quanto il cosmo moderno cambi continuamente noi non siamo ancora abituati e dunque spesso abbiamo paura – qui non affronto direttamente la spinosa questione, ma scelgo di concentrarmi, almeno nella parte iniziale, sopra un problema assai più spicciolo e puntuale, se così possiamo dire. Dopo provo ad allargare un poco lo sguardo, diciamo dal particolare all’universale.

Inizio con un inevitabile aggancio ai bei tempi andati. Prima, infatti, era diverso. E non è strano. Un tempo, per cambiare telefono (ecco, si parla di questo), non c’era che da salvare la rubrica, inserire la SIM nel telefono nuovo, accendere. E basta, finita lì.

Ora invece cambiare è diventata una faccenda talmente complicata che perfino comprare un telefono nuovo richiede una certa determinazione, nonché la disponibilità a passare qualche pomeriggio di tensione, cercando di migrare tutti gli account delle banche, delle app di autenticazione ai vari servizi (pubblici e non) e così via. E ovviamente, tutte le password che si ricordava in automatico il telefono vecchio, tu ormai non te le ricordi più.

Dopo circa tre anni di felice uso del Samsumg Galaxy A34, ho approfittato dei recenti Prime Day di Amazon per aggiornare e passare al nuovo Galaxy A57. Rimango nella cosiddetta gamma media perché mi trovo bene qui, non ho intenzione di pagare cifre da capogiro per possibilità roboanti che quasi certamente non userei. E non mi lamento, alla fine l’ho portato a casa con un ottimo sconto. Ma sapevo a cosa sarei andato incontro una volta avessi iniziato la procedura di passaggio al nuovo telefono. E la cosa, ve lo confesso, non mi esaltava.

Un po’ come trasferirsi in una casa nuova, diciamo. Una rogna non della stessa misura, ma della medesima natura. Perché è vero che ci sono le app dedicate come Smart Switch – nel caso di Samsung – che ti migrano le applicazioni, le foto eccetera. Ma le applicazioni, per i classici motivi di sicurezza (o qualche altro imperscrutabile motivo), una volta arrivate nel telefono nuovo, non sanno più chi sei tu. Ti devi autenticare di nuovo, dappertutto. E non è una cosa semplice. Nonostante quanto assicuri proprio Smart Switch nella relativa pagina web, dove la fa fin troppo facile.

Devi passare a un nuovo dispositivo? Niente di più immediato con Smart Switch. Trasferisci facilmente foto, contatti, eventi del calendario, impostazioni e molto altro, indipendentemente dal sistema operativo che stai utilizzando. Seleziona i dati che vuoi e spostali sul nuovo dispositivo in un attimo.

Magari fosse così, niente di più immediato! L’esperienza di ognuno di noi è parecchio diversa. Meno male che Samsung ti induce a sperare di non dover ripetere una procedure simile troppo presto…

Progettato per durare con 6 aggiornamenti del sistema operativo e di sicurezza. Mantieni il tuo Galaxy A57 5G aggiornato e sicuro con un supporto software a lungo termine, che ti permette di goderti il tuo smartphone per anni.

E così uno affronta la procedure, consolandosi con il fatto che, salvo imprevisti, sarà una cosa da non ripetere per anni (cit.). E poi certo, c’è sempre che un telefono nuovo, è comunque un telefono nuovo.

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Le mille forme del fantastico

Il cinema, gli sceneggiati, le serie, sono le forme moderne del racconto (in crisi, si diceva tempo fa, ma ancora vivo). Per questo, avvincono. Vieni, che ti spiego? Ecco, abbiamo una mente fatta così: si aggancia alle parole e le segue. Il linguaggio è il codice che viaggia da una persona all’altra, trasporta esperienze ed emozioni (seppure solo in parte, secondo recenti studi). Aspira ad una vera connessione, senz’altro più significativa di ogni possibile controparte informatica.

“Appena c’è la Luna in cielo, giriamo!” Elaborazione dell’Autore via Copilot Designer di Microsoft

Oggi, per i lettori di questa rubrica (il numero dei quali, è svelato alla fine) c’è una novità. D’accordo con la redazione, scelgo di ampliare l’area di pertinenza di questa rubrica: apro un nuovo campo nel quale scorrazzare, un campo interessantissimo e veramente “contemporaneo”, come appunto quello dei film, delle serie e in genere, del materiale visivo.

Le cose – anche quelle del cielo – si fanno conoscere se le si abbraccia con uno sguardo, quanto più possibile, totale. La Luna, ad esempio, non è solo quella degli scienziati, ma anche quella dei poeti, dei musicisti, dei registi. Non conosco la Luna se non la percorro secondo tutti questi angoli di vista. Da Icaromenippo in poi (ma in realtà, da sempre), la Luna è scoperta, invenzione, narrazione. Tutto insieme, indistricabilmente…  [Continua a leggere sul magazine EduINAF]

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Parlando di fisica e poesia

Il giorno 5 giugno 2026 a Frascati, presso il Fondo Librario Giulio Ferroni, Rita Seccareccia ha presentato un interessante percorso, attraverso letteratura e scienza, alla scoperta dell’evoluzione dell’esperienza umana.

L’evento è stato coordinato da Carla Ribichini e dalla sua ex alunna di scuola media Marika Pescosolido. La sala era piena di giovani studenti del Liceo Scientifico Statale Vito Volterra, di Ciampino, sicuramente affascinati e incuriositi da questo insolito titolo: Parlando di Fisica e Poesia.

Nel primo intervento Marika si presenta.

Mi chiamo Marika Pescosolido, studio fisica all’Istituto della Georgia ad Atlanta, Stati Uniti. Da sempre sono stata appassionata alla scrittura, ma lo studio delle materie letterariemi ha spinto a fare altre riflessioni. Nell’a s. 2018, grazie al Progetto La Scuola Visionaria della Prof.ssa Carla Ribichini, la prima lettura di Anita e le Stelle di Marco Castellani,e il dialogo tra ragione e spiritualità, fisica e filosofia, ha permesso un continuo incontro tra discipline, realizzando una sorprendente conversazione tra mondi apparentemente opposti. Durante il primo anno della scuola media e poi fino alla terza media ho cominciato ad inseguire una passione proprio per le materie scientifiche. Posso dire che la letteratura mi ha introdotto alla fisica. Da questo mio interesse per due discipline che percepiscono la realtà con una sensibilità differente, è nata la mia ricerca personale all’unione di fisica e poesia. La conciliazione tra scienza e letteratura non è guidata dalla religiosità, ma da una piena comprensione delle domande che fisica e poesia condividono. Lo dimostrano le parole della stessa Margherita Hack, pubblicamente non credente, che considerava l’astrofisica e la poesia, profondamente connesse, poiché entrambe nascono dalla meraviglia. “Di tutte le scienze, l’astronomia è probabilmente quella che più ha ispirato i grandi poeti. Questo perché il cielo è sotto gli occhi di tutti, e un cielo stellato in una notte buia dà veramente la sensazione dell’infinito.

Dopo l’introduzione e la presentazione dell’argomento da parte di Marika, Carla Ribichini espone quanto segue: Lo spazio dedicato alla lettura del libro di Marco Castellani, Anita e le Stelle, ha subito suscitato stupore e sorpresa; l’intento era uno solo: annullare la distanza tra terra e cielo.

L’ Universo che era per i ragazzi un luogo lontano, freddo e inospitale si è fatto loro sempre più vicino; hanno cominciato a interiorizzarlo, a sentirsi in connessione con se stessi, si sono resi conto del legame ancestrale che ci lega all’universo; in esso hanno ritrovato uno spazio di quiete e di verità. Sono stati utilizzati gli strumenti dell’arte e della scienza pura, la facoltà razionale e quella interiore emotivo-spirituale, ricordando sempre che Poesia è espressione dello Spirito, esercizio di grande consapevolezza e strumento di crescita evolutiva. Il dialogo che abbiamo creato tra letteratura, filosofia e scienza è stato fondamentale per la loro formazione e per il cammino che sempre intraprendono alla ricerca della verità.

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